Riproponiamo fedelmente l’articolo pubblicato sul Blog di Daniela Ovadia

La rinuncia ai sogni

Stamattina sono un po’ di corsa, ma ci tenevo a condividere alcune riflessioni suscitate da  questo articolo uscito su La Repubblica. I dati sono impressionanti: 47 per cento dei laureati, in Italia, fa un lavoro sottoqualificato. E così c’è chi, pur di avere il posto fisso, rinuncia a fare ciò per cui ha studiato e accetta, per esempio, di fare il netturbino, o il custode in un museo.

Le domande che mi pongo, e che giro a voi perché non ho una vera risposta, sono le seguenti:
1. È possibile che la paura del precariato porti alla rinuncia totale alle proprie ambizioni personali? E quanto sta accadendo in Italia nel mondo del lavoro sta creando una generazione di rinunciatari?
2. Il precariato esiste anche in altri paesi, come gli Stati Uniti, dove il fenomeno della sottoqualificazione è meno diffuso. Perché? È una questione di mentalità? O è una questione di valore degli studi (le lauree americane valgono di più delle nostre dal punto di vista formativo?)? O, ancora, il precariato in altri Paesi è meno “precario” che da noi e quindi pesa meno psicologicamente sulle spalle dei giovani?
3. È possibile essere felici e soddisfatti solo perché si porta a casa uno stipendio fisso? La stabilità del guadagno consente forse ad alcune persone di essere sufficientemente serene da sviluppare solo nel tempo libero gli interessi personali e culturali che non possono portare avanti sul lavoro? Oppure con la rinuncia alle proprie ambizioni si verifica anche una sorta di involuzione della persona?

Ho un gran rispetto per qualsiasi tipo di lavoro e ho fatto di tutto, dalla cameriera alla tata, dalle pulizie in casa d’altri ai lavori agricoli. Ma era una fase della mia vita in cui il solo fatto di lavorare era un valore, per me: intanto, però, studiavo per un futuro diverso, per fare ciò che davvero mi interessava.

Oggi, se non trovassi altro e dovessi mantenere la famiglia, credo che farei la netturbina senza nessuna remora, ma certamente preferirei un lavoro più faticoso e precario ma più vicino alle mie aspirazioni intellettuali. Inoltre leggo sempre questi articoli con un pensiero alle mie figlie e si rafforza in me l’idea che l’obiettivo della loro educazione è di farle sentire cittadine del mondo, capaci di star bene dovunque si offra loro un contesto adatto alla loro realizzazione personale. Forse questi sono i pensieri di una persona che considera la soddisfazione sul lavoro una parte sostanziale della propria felicità. Per alcuni di voi potrebbe non essere così.

Permettetemi un’ultima considerazione, che esula dalle questioni sociologiche e psicologiche. Ho provato un moto di tristezza leggendo la storia dei custodi con la laurea in archeologia che non possono sfruttare le loro conoscenze facendo da guida al pubblico perché i sindacati considerano ciò un privilegio inaccettabile. Mi pare impossibile, ma sto cercando conferma della notizia. E mi pare che questa sia semplicemente l’altra faccia di un sistema economico e imprenditoriale che chiede ai propri giovani di usare il cervello il meno possibile.